Ci sono poche c…

Ci sono poche certezze, nella vita:

  • la morte;
  • le tasse;
  • il fatto che mi penta puntualmente di aver parlato con qualcuno delle mie sensazioni.

Dopo una serata di maglia ai ferri e programmi stupidi in TV, posso dichiarare con fermezza che, con la fine degli esami, la mia vita è diventata ancora più inutile.

Molto spesso mi rendo conto di quanto le mie capacità empatiche rasentino lo zero. Sono assolutamente incapace di immedesimarmi negli altri, capire la loro sofferenza e manifestare loro la mia vicinanza. Nella maggior parte dei casi, anche un “Come stai?” mi sembra di troppo, troppo oltre una linea che non dovrei, vorrei, riuscirei a superare.

Sono convinta che il non sentire nostalgia sia il chiaro indicatore di molte cose taciute.

La risposta all’insulso quesito dell’ultimo post è giunta: non si tratta di eccessivo affetto, ma di stanchezza infinita. E anche di un po’ di immotivata, amara delusione

Ricomincio a sentire una sensazione che avevo dimenticato da un po’. Era da un po’, infatti, che non mi stancavo della gente, anche se, al momento, questa gente è a distanza. Non so se capita anche a qualcun altro, ma a me la gente viene a noia, dopo un po’, anche se siamo stati relativamente vicini (per quanto possa far avvicinare qualcuno). Quando succede, mi viene inevitabilmente voglia di tranciare di netto il rapporto, come ho già fatto in passato (e non me ne sono mai pentita).
Mi chiedo, però, se adesso sia veramente la solita, vecchia noia, oppure un rifiuto del tipo “Inizio a volerti troppo bene, ma ora ti stai avvicinando troppo. Ho paura, lasciami stare”.

P.S.: ho riletto tutto ciò ed è assolutamente ridicolo, soprattutto l’ultima frase. Troppo tardi per cancellarlo, ma voi ignorate questo post (e tutto il resto del blog). Io intanto cerco di smaltire la crisi adolescenziale.

L’infelicità degli altri mi rende infelice.
La loro felicità mi rende infelice (e mi fa sentire un’incapace).
La mia infelicità mi rende ancora più infelice.
La mia felicità? Non pervenuta.

Penso sempre più spesso che è arrivata l’ora di fare un passo indietro, tornare al mio mondo fatto di solitudine, rapporti superficiali ridotti al minimo indispensabile, canzoni depresse e isolamento volontario. Il tutto racchiuso tra le quattro mura di casa mia.

Magari potrei riesumare il blog per dire qualcosa di sensato e/o interessan…ah no, scherzavo.

Niente, siccome mi viene voglia di pubblicare qualcosa solo in periodi di profonde crisi post-adolescenziale, eccomi qui un’altra volta ad allietare il mio superstite lettore (?) – ammesso che esista ancora – con una valanga di paranoie insensate.

N.B.: il fatto che non abbia scritto per quasi un anno – non ricordo per quanto, a dirla tutta – non vuol dire che nel frattempo abbia vissuto una vita felice e spensierata (figurarsi…).

Il ritorno dal viaggione Paraguay-Argentina è stato disastroso, il viaggio in sé un po’ meno. Ripensando al passato, a quando sono andata in Norvegia, a quando ho lasciato il Marchesato, mi sono resa conto che non sono le partenze ad essere tristi, quanto i ritorni. Lacrimoni di “addio” a parte (ebbene sì, l’ultima volta ci sono cascata anche io), la verità è che le partenze sono quasi sempre gioiose, piene d’aspettative – per chi ancora ha il coraggio di avere aspettative – e di entusiasmo.

Il ritorno, invece, quando non è già rovinato dalla voglia di non ritornare, è sempre come una montagna di detriti sul punto di crollare. A reggerla, lì per lì, ci pensa la voglia di rivedere gli amici, quando ne hai. Poi, però, mentre tu sei già un frullatore di emozioni di tuo, bastano due chiacchiere, un’occhiata qua e là per rompere quell’equilibrio precario e farti precipitare tutto addosso: prima un paio di pietruzze sulla testa, poi massi travolgenti che ti spiaccicano a terra.

Le cose non si sono fermate per nessuno, per gli altri sono andate a velocità normale tra i fatti di tutti i giorni e quelli più o meno previsti, per te sono andate a velocità doppia. Volenti o nolenti, è cambiato tutto, sono cambiati tutti, chi più, chi meno. Se prima si percorrevano strade più o meno parallele, adesso si è sorpassato da tempo un bivio e ci si trova lontani e neanche alla stessa altezza: c’è chi è andato più avanti, chi è rimasto indietro; chi si trova in salita e arranca, chi va tranquillo in discesa. Chissà se ci si ritroverà allo stesso punto, prima o poi.

Intanto ci si può convincere che tutto sia come prima o almeno mantenere le apparenze, se ci si riesce.

 

 

 

Ah io non voglio più avere amici, ma questa è un’altra storia.

“Capita a volte di sentirsi per un minuto felici. Non fatevi cogliere dal panico: è questione di un attimo e passa”

G. Bufalino

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