(Intervento inutile meditato sotto la doccia e scribacchiato a matita su un foglio di carta a righe. Il tutto ieri attorno alle 19)
Accendo la lampada da tavolo e mi siedo alla scrivania. Mi prendo la testa tra le mani.
Sono bianche e secche, le mie mani. Colpa di quei maledetti guanti monouso. “Finemente talcati”, inneggia la loro scatola gialla, come se fosse chissà quale ritrovato tecnologico.
Come se si trattasse della cosa più importante del mondo.
Ora, almeno, la casa sembra vivibile: il bagno sa di ammoniaca, il ripiano d’acciaio della cucina risplende e il ghiaccio che attanagliava il freezer è venuto via in lamine taglienti che già hanno smesso di esistere, sono diventate acqua giù per il tubo di scarico del lavandino.
“Non sarò mai una buona moglie”, penso tra me e me.
“Non sarò mai una moglie”, mi correggo subito dopo, questa volta ad alta voce.
Già, perché io parlo da sola. Alcuni dicono che è normale, quando si vive da soli. Per altri, invece, è un sintomo di pazzia. Di sicuro a me capita spesso, magari sono davvero pazza. Normale, di certo no. No, quello no.
“Perché non esci mai?”, mi chiedono, “Stai sempre sola. Non hai amici?”.
Rispondo con un’alzata di spalle e una smorfia che vuol dire “Così”. A me alla fine non importa niente. Forse.
“Ma sei giovane, non hai neanche vent’anni.”
Già, perché ora la scusa dell’adolescenza non regge più.
“Quando crescerà, vedrai che si farà una vita. Ora è all’università e comincia ad ambientarsi. Vedrai, vedrai…”.
Mi sembra di sentirli. Cazzate.
Passo una mano sulla scrivania liscia, sgombra. Il computer non la occupa più da qualche giorno e ora anche lei è ordinata, asettica, perfetta nel suo aspetto dozzinale, uguale a mille altre, nel suo biancore di legno rivestito di chissà cosa.
“Ci abita qualcuno, qui?”, penso, ancora con la fronte appoggiata al braccio.
L’odore penetrante del lattice mi sale alle narici. “Meglio che mi faccia una doccia”, mi dico.
Già, è quello che farò.