Poco fa ho guardato l’orologio ed ho pensato: “Cazzo, è tardi, devo mettermi a studiare”.

Non devo essere tanto normale.

Sarà che mi si prospetta un’estate molto, molto noiosa. Che poi che cambierà? Continuerò a svegliarmi tardi, accendere il pc e star lì tutta la giornata. Non ci sarà neanche quella pausa di due o tre ore per studiare.

Ogni tanto mi chiedo se tutto questo (finto) impegno servirà a qualcosa.

No, perché io risultati non ne vedo, per adesso.

Magari l’idea di preparare quattro esami per una sola sessione non è stata proprio saggia.

Forse, per una volta, sono stata fin troppo ottimista.

Dialoghi

Personaggi e interpreti:

  • Una ragazza a caso (io)
  • Un signore di mezz’età a caso (un passante)

Ambientazione:

  • Una strada cittadina poco trafficata e un negozio di elettronica che espone un cartello con scritto “Torno subito”. La ragazza ha le mani in tasca, la schiena contro il muro e uno zaino posato accanto, per terra. Aspetta.

Atto primo, scena prima

Lui: [si avvicina al negozio, prova ad aprire la porta e vede il cartello. Indietreggia, allarga le braccia e ruota i polsi, allargando pollice e indice]

Lei: [si stringe nelle spalle]

Lui: [scuote la testa]

Lei: [scuote la testa]

Lui: Eh pazienza…[se ne va]

Lei: [Fa di nuovo spallucce e continua ad aspettare]

Sipario

La solfa è sempre la solita. Mi dico “aggiorniamo il blog”, poi vedo il foglio bianco e non so che scrivere. Neanche ci fosse chissà qualche schiera di lettori da deludere, poi…

La verità è che non ho niente da raccontare, niente di niente. Di certo le lezioni universitarie non meritano attenzione, figuriamoci le pulizie di casa o le mie ore al pc e davanti ai libri.

Niente di niente, davvero.

L’unica cosa degna di nota per voi – oh pubblico inesistente! – è il fatto che all’università, ultimamente, stia sempre in compagnia di qualcuno. Cambiando aula, corso, andando a mensa o in sala ristoro, c’è sempre qualcuno che mi parla.
Mi stupisco di me stessa.

La buona volontà c’è, ma sono le idee a mancarmi.

O forse anche la volontà. E quella non solo per quanto riguarda gli aggiornamenti del blog, ma anche per tutto il resto.

(Intervento inutile meditato sotto la doccia e scribacchiato a matita su un foglio di carta a righe. Il tutto ieri attorno alle 19)

Accendo la lampada da tavolo e mi siedo alla scrivania. Mi prendo la testa tra le mani.

Sono bianche e secche, le mie mani. Colpa di quei maledetti guanti monouso. “Finemente talcati”, inneggia la loro scatola gialla, come se fosse chissà quale ritrovato tecnologico.

Come se si trattasse della cosa più importante del mondo.

Ora, almeno, la casa sembra vivibile: il bagno sa di ammoniaca, il ripiano d’acciaio della cucina risplende e il ghiaccio che attanagliava il freezer è venuto via in lamine taglienti che già hanno smesso di esistere, sono diventate acqua giù per il tubo di scarico del lavandino.

“Non sarò mai una buona moglie”, penso tra me e me.

“Non sarò mai una moglie”, mi correggo subito dopo, questa volta ad alta voce.

Già, perché io parlo da sola. Alcuni dicono che è normale, quando si vive da soli. Per altri, invece, è un sintomo di pazzia. Di sicuro a me capita spesso, magari sono davvero pazza. Normale, di certo no. No, quello no.

“Perché non esci mai?”, mi chiedono, “Stai sempre sola. Non hai amici?”.

Rispondo con un’alzata di spalle e una smorfia che vuol dire “Così”. A me alla fine non importa niente. Forse.

“Ma sei giovane, non hai neanche vent’anni.”

Già, perché ora la scusa dell’adolescenza non regge più.

“Quando crescerà, vedrai che si farà una vita. Ora è all’università e comincia ad ambientarsi. Vedrai, vedrai…”.

Mi sembra di sentirli. Cazzate.

Passo una mano sulla scrivania liscia, sgombra. Il computer non la occupa più da qualche giorno e ora anche lei è ordinata, asettica, perfetta nel suo aspetto dozzinale, uguale a mille altre, nel suo biancore di legno rivestito di chissà cosa.

“Ci abita qualcuno, qui?”, penso, ancora con la fronte appoggiata al braccio.

L’odore penetrante del lattice mi sale alle narici. “Meglio che mi faccia una doccia”, mi dico.

Già, è quello che farò.

Propositi per l’anno nuovo: aggiornare regolarmente il blog.

E’ venuta l’ora di riesumare il blog.

Quando si vive in una nuova città, si vorrebbero scrivere tante cose. Descrivere il paesaggio che si vede dalla finestra di casa tua, l’esperimento culinario finito in disgrazia, i capelli grigio uniforme della signora che siede davanti a te in autobus. Si prende mentalmente nota di tutto quello che si vede, salvo poi, inevitabilmente, rimuovere tutto o rendersi conto che si è perso tempo dietro cazzate.

Per mancanza di tempo (e di internet), mi limiterò a poche e insulse righe, giusto per attenermi all’andamento generale del blog. Ma procediamo per gradi.

Trieste è una città splendida. Vivere in pieno centro, a pochi passi da Piazza Unità. mi consente di uscire e andare un po’ dove voglio (la pigriza, invece, agisce con forza uguale e contraria). Mi piace passeggiare sul lungomare – anzi, sulle Rive -, specialmente al mattino, quando vado all’università.

A proposito di questo, l’università procede per il meglio, almeno per ora. Amo letteratura americana, ma non tollero drammaturgia. Perché mai io, povera studentessa di lingue, devo sorbirmi la struttura architettonica dei vari edifici teatrali e accenni di economia teatrale?

Boh.

Apriamo il capitolo “vita domestica”, anche se meriterebbe lunghe e noiose dissertazioni. Pensavo che vivere da soli fosse più complicato: cucinare, pulire, fare il bucato. Ma, a parte piccoli inconvenienti quotidiani – pentole che esondano, macchie impossibili, lavatrici che si ribellano al mio volere -, il tutto sta procedendo per il meglio.

Il tempo che non passo a lavare i piatti o a strofinare il pavimento (parecchio, devo dire), trascorre molto lentamente. Una radiosveglia è diventata la mia migliore amica, mi parlotta nelle orecchie mentre mi dedico ad altro. I libri (universitari e non) sono la cosa a cui dedico la maggior parte del mio tempo, non avendo altro modo con cui distrarmi: niente tv, niente internet, niente compagnie a portata di mano.

Compagnie? Mi viene in mente “amici” (insomma, se siete riusciti a leggere fino a qua, potete anche andare avanti). Temevo che la mia grama vita sociale potesse risentire del mio trasferimento, e invece no. Ho incontrato persone piuttosto simpatiche e disponibili, con cui trascorro la maggior parte del tempo durante i corsi. Fuori dall’università, invece, i contatti umani scarseggiano un tantino, ma ci sto lavorando su.

Ok, direi che ho scritto decisamente troppo.

Interessante, eh?

Ma tornerò, statene certi. E’ una minaccia.

“Ho già visto tutto, perfino ciò che non ho mai visto e che non vedrò mai. Nel mio sangue scorre perfino il più infimo dei paesaggi futuri e l’angoscia di ciò che dovrò vedere di nuovo è per me una monotonia anticipata. E affacciato al davanzale, godendomi la giornata al di sopra del volume della città intera, un unico pensiero mi riempie l’animo: il desiderio intimo di morire, di finire, di non vedere più alcuna luce su città alcuna, di non pensare, di non sentire, di lasciare indietro, come una carta da imballaggio, il percorso del sole e dei giorni; di togliermi di dosso, come un abito pesante, vicino al grande letto, lo sforzo involontario di essere.”

(da Il libro dell’inquietudine di Bernardo SoaresF. Pessoa)

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